Tra Ponte sullo Stretto e Referendum, a spuntarla è sempre Crozza

Dopo due giornate di annunci da parte del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, alcuni attesi ed importanti per la politica interna, altri del tutto inaspettati e per certi versi sorprendenti sia in senso grottesco che serio, arriva puntuale lo spazio dedicato a Maurizio Crozza su La7 che, come spesso fa, riesce a sintetizzare in modo eccelso i recenti eventi politici.

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Non resta che riproporlo qui di seguito o rimandarvi al sito web della trasmissione, buona visione!

http://www.la7.it/embedded/la7?w=640&h=360&tid=player&content=194021

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Fuori il primo album de “Il Pagante”: Entro in pass fra singoli già proposti e nuovi brani

Entro in pass” è il primo album de Il Pagante: 12 brani, 40 minuti di ritmo e melodie super-orecchiabili: uscito il 16 Settembre 2016 e destinato ad essere ballato per tutto l’inverno nelle discoteche e in qualche radio che accetti di mandare in onda pezzi quasi sempre “explicit” in termini di contenuto.

Anche se le storie che il gruppo racconta sono le stesse dei brani che, sempre usciti come singoli, negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere, si può affermare senza paura che questo prodotto non ha ancora fatto in tempo a stancare il pubblico.

Serate in discoteca, alcool a fiumi, droga, impegno negli studi inesistente, vita agiata grazie ai soldi di papà, rapporti umani legati solo al sesso o al portafoglio del partner. Parlare di tutto ciò in Italia non dovrebbe fare molto piacere ad un certo “bigottismo” imperante, ma forse Il Pagante riesce ad essere meno colpito dalle critiche perché l’eccesso di stereotipi e di bella vita discotecara nei brani risulta quasi caricaturale, tanto da arrivare a sembrare una critica degli stessi stili di vita su cui si impernia ogni pezzo del gruppo.

In sostanza: Il Pagante, e questo album in particolare, non è nulla di impegnativo, ma non lo vuole essere; non è nulla di poetico, ma non lo vuole neppure sembrare; quindi piace per la sua estrema limpidezza ed onestà nei confronti del pubblico.

Da qualche giorno lo ascolto in loop su Spotify e devo dire che non è niente male, anzi, aspetto che qualche illuminato direttore artistico del Festival della Canzone Italiana lanci la proposta ai ragazzi de Il Pagante di buttarsi su Sanremo per conquistare fette di pubblico sempre più ampie e varie.

Album su Spotify: https://open.spotify.com/album/3DmYiDSPJerM7t4gsZMQGV

Web indignato per la spesa domenicale di Gianni Morandi

Forse Gianni Morandi si pentirà di aver pubblicato Domenica scorsa, sulla sua pagina Facebook, una foto nel parcheggio di un supermercato con in mano una borsa della spesa?

Ecco il post che tanto ha fatto agitare ed indignare il web:

Solo una piccola riflessione: le persone che si sono dette indignate per il fatto che una persona vada a fare la spesa di Domenica si rendono conto che se è loro concesso di potersi indignare e sfogare attraverso dei commenti su un social network è perché da qualche parte ci sono persone al lavoro perché i server di questo sito siano operativi, pronti a intervenire in caso di malfunzionamenti e impegnati a gestire le necessità di decine di milioni di utenti sparsi nel mondo intero?

Non vorrei liquidare il tutto come eccesso di ipocrisia, anche se verrebbe quasi spontaneo farlo. Resta quindi da chiedersi: perché si ritiene che le attività di rivendita non debbano seguire orari e turni di lavoro pari a quelli delle attività ricettive, legate al turismo, enogastronomiche, ristorative, ludiche, fieristiche, culturali, musicali, di servizi alla persona, di pubblica sicurezza, di pronto intervento e così via?

Non riesco a capire perché il dipendente di un supermercato debba essere ritenuto più “sfruttato” dal sistema economico dominante rispetto ad un commesso del multisala, ad un infermiere o ad un fonico…

Insomma: prima di sparare commenti un po’ campati per aria, in generale, forse sarebbe meglio ragionarci su almeno per qualche secondo.

Commento a caldo su “The Beatles: Eight days a week”

The Beatles: Eight days a week, è il film documentario, diretto da Ron Howard, uscito giovedì 15 settembre 2016 nelle sale cinematografiche.

Appena uscito dal cinema in cui mi sono gustato anteprima da Londra e film vi dico due parole a caldo…

Nulla da criticare in particolare: il documentario è ben fatto, gustoso, interessante e consigliabile. Dico tutto ciò pur non essendo un fan dei Beatles, li apprezzo molto, ma il film rende bene per come è costruito, indipendentemente dal fatto che i protagonisti siano davvero in primo piano e centrali in tutta la narrazione.

Molto apprezzabile la seconda parte, laddove il regista entra e approfondisce il processo creativo che ha portato alla pubblicazione degli ultimi album della band.

Bello che la musica non abbandoni mai, neanche per un attimo la storia e i dialoghi rendendo il tutto molto coinvolgente e gradevole.

Volendo cercare il pelo nell’uovo: avrei raccontato in modo più emotivo e meno tecnico il secondo tour negli Stati Uniti, ma per non spoilerare nulla mi limito a questo commento…

Se avete la possibilità andate al cinema a vedervi il film, altrimenti consiglio di non perdervelo quando arriverà sulle pay TV o sui canali televisivi tematici.

Orgoglio, giudizio e pregiudizio

Qualche tempo fa parlavo del più e del meno al bar con una persona. Tra un discorso e l’altro si finisce a discutere di un noto personaggio del mondo dello spettacolo.

Il mio interlocutore esprime quasi ribrezzo nei confronti di questa persona criticandola aspramente sia come soggetto che sulla base di ciò che dice…

Noto che qualcosa non quadra, avrei dovuto forse tacere, ma lì per lì non ci sono riuscito e mi sono lasciato sfuggire la domanda: “Ma tu hai mai sentito qualche suo spettacolo o discorso?”

Risposta: “No”

Sono rimasto spiazzato, ho smesso di parlare, mi sono allontanato e per parecchio tempo mi sono domandato cosa possa mai spingere le persone a giudicare e criticare altri individui che neppure hanno mai visto o sentito.
Che tristezza…

9/11: la diretta meno convincente della storia della TV

Oggi è l’11 Settembre, oggi ricorre il 15esimo anniversario del disastro del World Trade Center, oggi, come faccio da qualche anno a questa parte riguarderò e proporrò a chiunque di guardare September Clues.

Non per complottismo, ma perché la verità su quel giorno è oggettivamente ancora ben lungi dall’esserci nota ed è nostro dovere esserne consapevoli.

https://youtube.com/embed/NhmOc7YBplg

Olimpiadi SÌ, olimpiadi NO

In questo breve pezzo non vi spiegherò perché secondo me o secondo dati sviluppati chissà come sia necessario oppure nefasto che Roma prosegua nel suo cammino di candidata come città organizzatrice dei Giochi della XXXIII Olimpiade.

Vorrei invece proporre un cambio di prospettiva: ogni volta che si contrappongono CONI e contrari il discorso finisce per vertere sulla potenzialità economica e politica dell’evento e delle sue ricadute sul territorio ospitante. Ci si sforza quindi, da un lato e dall’altro, di giustificare razionalmente la propria posizione con numeri, dati, progetti e previsioni che mai, storicamente, si sono rivelati azzeccati.

Non sarebbe allora il caso di trattare la disquisizione con maggiore onestà intellettuale? Ci sono solo due pesi che la bilancia dei decisori pubblici misura quando si trova dinnanzi all’opportunità di candidare una città come organizzatrice delle olimpiadi: il primo è la fattibilità in base alla capacità economico-patrimoniale e finanziaria, l’altro è la carica emotiva e la voglia di momenti di aggregazione sociale di massa dei cittadini.

A tutti piacciono le Olimpiadi, tutti si emozionano nel vedere eroi nostrani portare alto il tricolore in sport sui quali i riflettori poi restano per lo più spenti nei quattro anni successivi.

Tutti sanno che le Olimpiadi sono un costo abnorme, che non si possono organizzare sperando di averne anche un rientro economico e che necessitano di impianti e strutture che dopo il mese di gare (per fortuna ci sono anche i Giochi Paralimpici) non riusciranno mai ad essere pienamente sfruttati e saranno in larga parte abbandonati o sottoutilizzati.

Ecco che in questa ottica allora, chi sceglie dovrebbe avere l’onestà di ammettere che in caso di candidatura, questa sarà onerosa e incrementerà il debito pubblico in capo ai cittadini, in caso di ritiro di una candidatura, questa avverrà privando i cittadini e gli sportivi di una occasione non indifferente di condivisione di valori, cultura, passioni, emozioni e momenti da ricordare da parte di un popolo intero.

E allora sarebbe il caso di non prendersi in giro promettendo progetti a “costo zero” o garantendo la cantierizzazione solo del minimo indispensabile: non siamo scemi, sappiamo come funzionano le grandi opere e come si muovono gli affari in quel settore. D’altronde se avvenisse il contrario si avrebbe una completa controtendenza rispetto a dati e conti finali di tutte le ultime edizioni di giochi olimpici, ovunque organizzati.

D’altro canto è il caso di non limitarsi alla retorica del “ci sono altre priorità per questa città” perché la politica non può e non deve occuparsi solo dei conti pubblici, ma deve anche seminare cultura e buttare fertilizzante sulla comunità che amministra, anche e soprattutto attraverso momenti in cui i cittadini condividono il più possibile idee, sogni e appartenenze.

Chi ha quindi ragione su Roma 2024? Direi nessuno, poiché nessuno credo stia affrontando la scelta con totale onestà, ma avendo finalità personali o di lobby varie che non dovrebbero intaccare il processo decisionale, tanto più se si tratta di Pubblica Amministrazione.